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ULTIMO ATTUALE CORPO SONORO

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1) Dovendo fare il punto, pur sapendo che è una cosa molto difficile, artisticamente parlando: Ultimo Attuale Corpo Sonoro, dov’è stato e dove sarà?

L’imperativo è qui e ora. Dove è stato? Trascorso tanto, troppo tempo perché i ricordi abbiano un senso lineare. E non ha mai fatto troppi programmi in anticipo. Quello che conta e che avrebbe sempre dovuto contare, anche in passato, è dov’è. Ultimo Attuale Corpo Sonoro sta attraversando un periodo credo sì ispirato, ma soprattutto fortunato; e di questo sono grato. È allo snodo esatto dove la composizione nuova si trasforma in preparazione di un concerto. Questo, da vivere, è veramente bello. Da “Io ricordo con rabbia” è passato troppo tempo; e troppe sono le sensazioni di vita nuova che devono essere fissate in musica, prima che il mondo folle (che è folle davvero) lasci che svaniscano.

2) Siete tornati in studio dopo una pausa abbastanza lunga, cosa dobbiamo aspettarci per le sonorità future?

Libertà (che è un doveroso pericolo / in verità). Citazionismo a cazzo a parte, dico davvero: intima libertà di calcare i percorsi musicali che crediamo e che crederemo con la violenza come unico riferimento della poetica, come è sempre stato. Perché c’è un mondo di modi di affrontare ed abbracciare la materia musicale che definire un percorso obbligato sarebbe sciocco. Il materiale a cui stiamo lavorando, a fronte della caduta di Babilonia, è alle dipendenze d’una sola regola: libertà e autonomia per dar peso solo a musica e vita. Non allo specifico della ritmica, allo specifico della melodia, della parola, del destinatario. Solo musica e vita, da interpretare liberamente; e, quando ce la si sente, fissandone i canovacci. Suona quasi come un traguardo. È un momento molto bello, molto naturale: alcune canzoni si definiscono in una manciata di sessioni,  altre, per mesi, insistono nel loro percorso di gestazione. Durante una sessione di prove, Marcello, appena pescato un ponte e deviato brillantemente la rotta del pezzo cui si stava lavorando, s’è steso a fianco dell’amplificatore e, a fronte della risata che stava per aprirsi in sala, s’è messo far flessioni (e che non si confonda il processo delirante con il salutismo; anche perché le flessioni sono state cinque e mezzo).

3) Essendo presenti da tempo sulla scena Veronese e non solo, come sta cambiando il modo di fare musica tra i giovani?

È cambiato il modo di ascoltarla, di cercarla, di ritualizzarla, di assecondarla, di accomodarla; è cambiato il modo di amarla, prima ancora del modo di farla.

Amare la musica significa amarla più tutti gli altri; non solo:  significa avere la forza per amarla anche in vece degli altri, che non hanno sufficienti forze o sufficienti resistenze. L’odierno meccanismo  vuole tutti questi “altri” solo in quanto turisti appassionati, accademicamente costipati negli stessi canali, sudditi inconsapevoli dell’efficacia istantanea. Le cose che “funzionano” (tanto nel panorama della musica italiana definita indipendente, quanto nei ragazzi genuinamente affamati che dallo scantinato di casa anelano tuttavia il tutto, subito, facile, gratis e per tutti) sono inevitabilmente anche tenute sotto scacco dalla speculazione. In questo meccanismo non v’è alcuna libertà, né artistica né umana, non v’è alcuna specificità, non v’è alcuna ricerca o sperimentazione che non sia indissolubilmente legata alla tecnologia, speculativa per antonomasia. E allora i giovani, da giovani arrabbiati, diventano giovani decodificati. Tanto che lo stereotipo che è stato fissato piace anche a mamma e papà. E se non fai a cornate e non ti scagli arrivando ai ferri corti con il gusto estetico della generazione che ti precede, una spia in corpo ti si deve accendere: una spia che ti ricordi che, anche nella musica, tanta libertà è stata tolta. E con quella anche l’amore di cui eravamo capaci. “Ribellarsi e ribellarsi ancora, bambini, fino ai riflessi iridescenti dello scioglimento dei ghiacci” perché “una volta mollata l’anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del Caos”. Troppo di rado incontro musicisti (giovani o meno) che si lascino assalire da quest’assedio, fatto d’intendimenti distruttivi e ricostruttivi. Per come la vedo io è davvero un peccato; forse significa che la guerra, sì, la stanno vincendo davvero i cattivi. Fanculo la tecnica, l’importante è l’anima di chi suona. Davvero: fanculo-la-tecnica-l’importante-è-l’anima-di-chi-suona.

4) Cosa vi aspettate dal MAG Festival?

Ci aspettiamo che per il 28 Giacomo sia già diventato papà (già, papà): in tal caso la formazione sarà al completo e presenterà il nuovo materiale. Se, diversamente, Giacomo sarà trattenuto in  sala parto in preda agli svenimenti cercando di stringere la mano alla sposa, anziché sul palco, dovremo suonare con una chitarra in meno. E ci toccherà alzare la voce di più. Dal MAG ci aspettiamo un abbraccio, perché il MAG invita all’abbraccio. (Sviolinata; però il MAG è una cosa fica davvero; e poi il 28 suoneranno pure Le Pistole; mica cazzi). Ho idea che, per motivazioni personali, sarà il concerto più bello degli U/AC/S. Niente meno.